La vita, la guerra, i partigiani

Interlinea, 2015

 

 

Lorenzo Borelli

Franca e il lume della CevolaE c’è tutta la “gente oscura” che ci aiutò e ci sorresse, materialmente e moralmente. Forse nessuno dirà mai del sacrificio senza gloria di questa gente che andò incontro ai rischi più gravi, certo spesso più gravi dei nostri perché era legata ad una famiglia, ad una casa, ad una terra che restavano alla mercé delle rappresaglie barbare e alle vendette cieche  […]

Brava, benedetta gente che non sarà mai compensata da alcun risarcimento per tutto quello che ha fatto aiutando con l’offerta generosa, con l’informazione necessaria, con il servizio di collegamento sempre prezioso, con il silenzio tante volte eroico, con il sorriso accogliente della famiglia che non potevamo cercare o vedere!

SALVATORI PIER, A posto siamo! In montagna con i partigiani della “Servadei”, Ed. “Stella Alpina”, Milano 1945, pp. 119-120

‘Franca’ appartiene a questa brava, benedetta “gente oscura” che, in silenzio e nella semplicità dei gesti quotidiani, ha saputo affrontare il rischio di rimanere a fianco dei partigiani nella loro lotta contro i nazi-fascisti, a coronamento di una libertà interiore che mai aveva ceduto alle lusinghe del regime. Una coscienza forte e salda quella di ‘Franca’: da un lato, radicata nel realismo di un contesto contadino abituato alla durezza del lavoro, a uno stile di vita umile ed essenziale, capace di sacrificio e di adattamento, ma spontaneamente libero e solidale, dall’altro, formata e sorretta da una fede genuina, convinta e praticante, e da una moralità vivificata dal senso della giustizia, che non conosce e non scende a compromessi di sorta.

Classe 1926, Lanfranca (‘Franca’) Barbaglia ha trascorso l’infanzia e la giovinezza alla Cascina Cevola di Invorio, per trasferirsi nel 1946 a Grignasco, dove conoscerà Dino Borelli, che nel 1954 diventerà suo marito e, successivamente, padre di Enrica e del sottoscritto. Mia mamma non ha mai reciso queste sue radici, non solo perché, da bambini, ci accompagnava alla ‘sua’ Cevola per trovare il nonno Vis (il ‘centenario’ Catilina Luigi), oppure, cresciuti in età, amava raccontarci episodi e momenti di quegli anni, ma soprattutto perché in quel tempo della sua gioventù ha sempre e comunque trovato un’oasi di gioia, una sorgenze di freschezza, una fonte di speranza, capaci di aiutarla e sostenerla nelle difficoltà della vita. E questo vale ancor di più per questi ultimi anni, in cui l’impossibilità di muoversi e la pressoché totale cecità non impediscono alla sua mente lucida e pronta di ritornare spesso in Cevola, sia nei momenti in cui è sola con se stessa sia durante il tempo che condivide con coloro che si prendono cura di lei.

Nasce così il progetto di raccogliere in maniera ordinata e puntuale la memoria custodita nel cuore di una donna che, da ragazza, si è trovata a vivere una pagina buia della nostra storia, scritta di forza dal fascismo, devastata dalla guerra e dalla scelta complice dei ‘repubblichini’ di schierarsi con le forze di occupazione nazista.

La lum con la quale ‘Franca’, alzandosi di notte, accoglieva i partigiani al termine di una giornata di lotta, è il coraggio e la concreta solidarietà delle tante cascine come la Cevola, prive sì di illuminazione, ma abitate dalla luce fragile di quei passi che attendevano l’alba nuova di un’Italia libera e democratica.

Franca e il lume della Cevola

E’ la luce delle numerose coscienze che l’educazione fascista di un ventennio ha cercato inutilmente di oscurare e di spegnere, illudendosi che la retorica dell’obbedienza e della disciplina, la Luce del culto della personalità e della Patria, il vigore della forza fisica e la paura della violenza fossero in grado di costruire un consenso non solo di facciata, ma capace di plasmare in profondità i tratti  dell’uomo nuovo.

E’, ancora, il chiarore di un ‘mondo’ storicamente al tramonto, ma che vive e pulsa nella memoria che i nostri genitori o i nostri nonni sanno custodire e che volentieri condividono quando incontrano la sapienza e la disponibilità dell’ascoltare. Quanto più impariamo a sostare in compagnia di questo ‘mondo’, tanto più il suo chiarore ci pervade e, in maniera spontanea e impercettibile, ci troviamo alla giusta distanza da quello che è il ‘nostro’ mondo, quella distanza che è lo sguardo che ci permette di pensare diversamente.

A Settant’anni dalla Liberazione, il ‘mondo di Franca’ non è affatto congedato e neppure va consegnato all’oblio, come pre-istoria di una storia senza radici e linfa vitale: come è stato pronto allora a dare copertura, sostegno, forza e speranza ai tanti coetanei che hanno scelto la lotta partigiana, così lo è altrettanto oggi per tutti quei giovani che, come Giulia, hanno a cuore il presente e il futuro della nostra vita democratica.

Le lunghe e intime conversazioni con ‘Franca’, mamma e nonna meravigliosa, hanno aperto, dentro ai tanti ricordi personali, fasci di luce capaci di illuminare il nostro oggi: la gioia che nasce dalla fatica e dalla conquista di traguardi semplici e quotidiani, le occupazioni che scandiscono in maniera non frenetica il ritmo del tempo, il lavoro nel rispetto solidale con l’ambiente naturale e animale, l’accettazione serena e mai passiva delle circostanze che attraversano il nostro vivere, la schiettezza e l’onestà dentro l’ambivalenza delle relazioni familiari e sociali, la fede che permea e dà senso all’intera esistenza, l’aiuto pronto verso coloro che si trovano nel bisogno, il volto umano e cristiano di una pietà che non si confonde con la giustizia e neppure con il dovere morale e civile della scelta di campo.

Il dialogo tra le generazioni è anzi-tutto e sopra-tutto rapporto tra persone che, dentro la diversità anche profonda delle esperienze individuali, storiche e culturali, si scoprono legate, complici e solidali lungo quell’unica avventura che è il nostro esistere finito.

Franca e il lume della Cevola

Sono l’ambizione e l’augurio che animano il presente lavoro: essere di stimolo e di aiuto a quella ‘brava gente’ che non intende sottrarsi alla responsabilità di gettare uno sguardo critico e propositivo sul nostro futuro, mantenendosi ben salda sul terreno delle comuni radici.

Giulia Borelli

Franca e il lume della Cevola“Nonna, solo un’utima domanda: era normale per voi aiutare i partigiani che venivano in Cevola?”. “Ma era altroché normale! C’era anche qualcuno di Invorio! Poveretti, dovevano per forza rifugiarsi da qualche parte, è lì la storia. I partigiani arrivavano da noi alle tre di notte e chiamavano sempre me: ‘Franca, Franca vieni giù, dammi la lum che andiamo a dormire nella stalla, che è calda’. Andavano anche sopra la stalla, sul fienile”.

Sapere che mia nonna a diciotto anni era pronta a rischiare la vita per aiutare la Resistenza mi fa sempre venire un brivido lungo la schiena, un brivido di orgoglio e curiosità. Sono sempre stata curiosa del passato dei miei nonni e quando mia nonna Franca si è decisa a raccontarci le sue memorie non potevo essere più felice. Per anni è stata restia nel parlarci del suo passato, diceva sempre ‘Ma cosa vuoi che ti dica? Ero solo una povera tapina’. Poi finalmente si è decisa, la storia, le storie si facevano sempre più interessanti e così mio papà e io abbiamo deciso di saperne di più, di capire; poi lui ha iniziato a cercare e a incontrare alcune delle persone che la nonna nominava di più e ha ampliato la ricerca storica sulla Resistenza invorese.  Così è nata la seconda sezione del libro che aiuta a comprendere molti dei fatti accennati nei racconti di Franca.

Ascoltando e rileggendo i racconti di mia nonna, della vita in Cevola e del periodo della Resistenza, cerco di immedesimarmi in lei. Era un’altra vita, una vita semplice. Lei  lo ripete spesso: ‘Non era mica come oggi, che abbiamo tutto. Bisognava aggiustarsi come si poteva! Si comperava solo lo stretto indispensabile! Eravamo poveri, ma ci si aiutava’. E’ sempre stata un donna decisa, testarda, umile; si è sempre data da fare, a casa come in Parrocchia, senza pretendere niente in cambio. La immagino allegra e piena di vita; le piaceva fare la farsa ed è sempre contenta quando le racconto delle mie avventure teatrali, dice che sono un po’ un ‘pagliaccio’ proprio come lo era lei. Mi fa sorridere quando dice che i partigiani la facevano arrabbiare, per diversi motivi che potrete leggere voi stessi; sì, perchè arrabbiarsi è qualcosa di così umano, naturale, che fa capire come le persone che hanno fatto la Resistenza fossero persone normali, con tutti i loro pregi e difetti. Ciò che li rende speciali ai nostri occhi è proprio il coraggio di aver scelto di resistere, di scappare da casa per evitare la leva di Salò; di non adeguarsi al sistema nazi-fascista, ma di volerlo sabotare e combattere.

Quando parlo con dei miei amici della Resistenza – amici che sono sensibili a questi temi ovviamente – ciò su cui ci fermiamo sempre a riflettere sono le motivazioni: perchè un ragazzo di vent’anni ha voluto lasciare tutto e rischiare la vita? Perchè donne e ragazze hanno rischiato la loro vita per portare messaggi e coprire i partigiani? E noi, avremmo fatto la stessa cosa? Noi ci diciamo sempre ‘Si, probabilmente si’. Anche se forse, e per fortuna, non riusciamo davvero ad immaginarci una situazione di guerra, occupazione e controllo come quella.

  Dai molti racconti e memorie di partigiani emerge sempre il fatto che fosse ‘normale’ opporsi; e coloro che sono rimasti fedeli ai fascisti? Era ‘normale’ anche per loro? Quali erano le loro motivazioni? Sono domande che esulano da questo libro e che sicuramente hanno già trovato le loro risposte in altri testi, ma continuano comunque a sorgere spontanee quando si ascolta e si legge di Resistenza.

Franca e il lume della Cevola

È incredibile il sistema che Mussolini era riuscito a costruire, il controllo della vita delle persone, dalla prima infanzia fino all’età adulta, grazie  al sistema scolastico e ‘ricreativo’. Il ‘quaderno dei Canti’ scritto da mia nonna è impressionante! Gli studenti erano costretti a cantarli in onore del Duce, il culto del leader doveva essere foraggiato in ogni modo. E c’è chi, oggi, dice che in fondo sotto il fascismo si stava bene, c’era lavoro e sicurezza, e si riusciva anche ad avere il ‘primo paio di scarpe’; queste stesse persone, spesso ragazzi di sedici, venti o trent’anni, dicono anche che Mussolini era un grande uomo, carismatico, che ha fatto grandi cose. Già… poi, discutendoci, scopri che non sanno neanche che era obbligatorio iscriversi al PNF, o che esisteva la tessera del pane e il poco pane che veniva dato era ‘nero e duro come non so che cosa’ (parole di Franca); inoltre, quando nomini loro le libertà politiche, sindacali e di espressione, non le vedono come un fattore rilevante. Questa ignoranza e questo revisionismo mi preoccupano; chi ha subìto il fascismo e la guerra prega che non ritornino più, ci sarà un motivo.

Lasciando da parte questa amarezza, torno ad esprimere la mia soddisfazione nel vedere questo lavoro completato; la raccolta di testimonianze orali e di fotografie aiuta ad affondare le nostre radici in un passato che diventa sempre più lontano, ma che è sempre più importante mantenere vivo e presente. Le storie delle persone semplici ci permettono di entrare in contatto con la Storia in modo più diretto e, per molti, più interessante. Per questo ci tengo a ringraziare molto mio papà per la passione, l’interesse e il tempo che dedica sempre alle ‘storie’ e alla ‘memoria’, come ha dimostrato ne Le radici della democrazia, i due volumi  dedicati alla Resistenza galliatese. Senza di lui ‘Franca’ non sarebbe stata spronata a raccontare in modo dettagliato tutti i suoi ricordi di quando era in Cevola. Ripete sempre che ‘ora può vivere solo di ricordi’! Ecco perché la scelta di scrivere questo libro l’ha resa felice… proprio come ha reso felici noi.

 70° Eccidio San Marcello, Invorio

Presentazione Novara, Biblioteca Negroni

Presentazione Grignasco

Presentazione Bellinzago

Presentazione Terdobbiate

Presentazione Oleggio

 72° Eccidio San Marcello, Invorio