Alice Dinegro – Giulia Tarantola

Quando uno dice Normandia dice seconda guerra mondiale; lo sbarco in Normandia è infatti uno degli avvenimenti più conosciuti e importanti del conflitto: con il nome in codice di “Operazione Overlord”, fu la più grande invasione anfibia della storia, messa in atto dalle forze alleate per aprire un secondo fronte in Europa e invadere così la Germania nazista. Lo sbarco avvenne sulle spiagge della Normandia, nel nord della Francia, all’alba di martedì 6 giugno 1944, data nota come D-Day. Noi abbiamo visitato proprio i luoghi in cui sbarcarono gli Alleati, quelle stesse spiagge, quelle stesse trincee.

Normandia Normandia

Ci siamo recati a vedere camminamenti, basi militari tedesche, cimiteri. Certo, non siamo arrivati impreparati: oltre ad aver studiato a scuola l’evolversi della seconda guerra mondiale e le ragioni che hanno portato al conflitto, durante la gita abbiamo visitato musei e memoriali, in particolare a Caen il “Memorial. Cité de l’historie pour la paix” e il “Normandy American Cemetery and Memorial” presso la spiaggia di Omaha. Entrambi ricchi di documenti (scritti, materiali e audiovisivi), hanno arricchito le nostre conoscenze, il primo con un’analisi approfondita degli eventi a partire dalla fine della prima guerra mondiale, il secondo, sul piano umano, attraverso lettere di soldati e interviste ai parenti dei caduti. Niente però può farti capire così a fondo la guerra quanto visitare i luoghi che hanno “vissuto” quei momenti. Vedere le coste piene di solchi, martoriate dalle bombe, scorgere ancora i cassoni al largo che hanno permesso lo sbarco di soldati americani e inglesi, osservare il mare dai punti strategici di vedetta tedeschi è un’esperienza che segna nel pro- fondo; da una parte esalta: lì sono sbarcati “i nostri”, proprio partendo da lì hanno sconfitto il nemico, liberando l’Europa! Dall’altra però, mette la pelle d’oca: quante persone, morte su quelle spiagge.

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Da uscite come queste, si acquisisce dimestichezza con l’esperienza della morte: si impara a conoscerla, a guardarla negli occhi. In tre giorni abbiamo visto più di 30.000 lapidi, che svettavano bianche su prati ricoperti di erba verdissima, quasi un paradosso che da tanto orrore possa ancora nascere qualcosa: 9.300 soldati americani, ognuno con la propria croce, nome, cognome, grado nell’esercito, data di nascita, dove possibile anche data di morte; più di 21.000 soldati tedeschi, raccolti in un piccolo cimitero fuori mano, riconoscibili a malapena dalla lingua in cui sono scritte le incisioni, a volte dal nome, altre (le più ricorrenti) nemmeno quello: uomini come tanti, uomini come nessuno. Invece no: erano persone anche loro, dalla parte sbagliata certo, ma forse trascinati dal vortice di odio e ideologia che si era diffuso a macchia d’olio in quel periodo. Rendiamo onore per la morte in battaglia. Ulteriore prova che “la storia la scrivono i vincitori”.

Questa gita ci ha davvero insegnato qualcosa che va oltre la scuola: la voglia di vivere, e di vivere in un mondo giusto, senza più guerre. Perché esperienze simili ti toccano nel profondo: Ungaretti stesso, dal contatto con la morte, rivela: “non sono mai stato così attaccato alla vita”.